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Facebook e la "trasparenza radicale" (uno sfogo)

One comment

Danah wrote a wonderful post about Facebook and the recents changes in the privacy settings and rules: "Facebook and “radical transparency” (a rant)". I loved it and I made the decision to translate it to italian.

I'm not a professional interpreter (and my english kinda sucks) so it's likely I made some mistakes: feel free to correct me and suggest a better version. Nonetheless I got Danah's OK to publish it on my blog: probably she doesn't read italian so she can't realize how I ruined her piece, but still :) 

So, after the jump for "Facebook e la trasparenza radicale" (uno sfogo)", the italian translation of Danah Boyd's "Facebook and “radical transparency” (a rant)".

Read it if you're interested in how Facebook can be evil, how they're tricking us (yeah, I'm on facebook) and how we can fire back.

"Facebook e la trasparenza radicale" (uno sfogo)" ( italian translation of Danah Boyd's "Facebook and “radical transparency” (a rant)" ).

Per SXSW ho deciso di parlare di privacy perchè pensavo che sarebbe stato il tema più importante dell’anno. Nei miei sogni più sfrenati non avrei mai pensato di averci azzeccato così tanto. Negli ultimi mesi ho notato come le conversazioni sulla privacy siano passate dall’essere argomento di discussione tra un’elite di tecnologi/geek/nerd ad un qualcosa di più pervasivo. La copertura data dalla stampa è impressionante – così piena di infographics e di uno sforzo complessivo dei giornalisti per dare un senso e comunicare quello che sembra essere un bersaglio in movimento. Devo dire che mi complimento con loro.

Per la mia partecipazione a SXSW ho usato diversi case studies ma il pubblico si è concentrato principalmente su due: Google e Facebook. Dopo il mio intervento ho ricevuto diverse email da persone di Google, compreso il PM di Buzz. Il tono [delle email] era sostanzialmente sempre questo: “Abbiamo fatto una cazzata, stiamo provando a correggerla, vi chiediamo una mano”. Quello che mi ha sconvolto è stato il silenzio radio da Facebook, anche se un mio caro amico mi ha detto che Randi [sic] Zuckerberg ne aveva sentito parlare e che aveva effettivamente risposto con un grande ::gulp:: [sic]. La mia critica durante SXSW era relativa alla loro decisione di Dicembre, una mossa irresponsabile che – credo – mette gli utenti a rischio. Non ero preparata a come [Facebook], solo pochi mesi più tardi, avrebbe sfruttato questi dati.

Come la maggior parte di voi sa, Facebook si è sforzata di spiegare le proprie decisioni in tema di privacy dell’ultimo mese, proprio mentre si stava occupando di preoccupanti problemi di sicurezza. Se non siete techie/geek/nerd, vi incoraggio a guardarvi intorno ed informarvi. ?Il NYTimes sta facendo un lavoro incredibile su questa storia, tenendosi aggiornato, così come TechCrunch, Mashable e InsideFacebook. In due parole… la gente è arrabbiata. A Facebook pensano che solo le tech elites/nerd/geek siano incazzate. Stanno resistendo, irremovibili, provando a giustificare che ciò che stanno facendo è il bene per tutti. Il loro modo di fare ha fatto scattare il panico tra i vari regulators e molti tipi di questi stanno cominciando a guardarsi incontro. Facebook ha assunto, per gestire la situazione, un regulator che lavorava per Bush. Nessuno è abbastanza sicuro di cosa sta succedendo ma Jason Calcanis crede che Facebook abbia esagerato. Nel frattempo, problemi di sicurezza hanno reso accessibili ancora più contenuti, compresi indirizzi email, indirizzi IP (la tua posizione) e i log completi delle chat. Questi fatti hanno semplicemente aumentato il panico tra quelli in grado di  immaginare gli worst case scenarios. Come ad esempio, l'immagine che qualcuno là fuori stia lentamente mettendo insieme indirizzi IP (la posizione), nomi completi e le informazioni di contatto [delle persone]. Un database potentissimo, e nessuno che sia contento di pensarlo pubblicamente disponibile.

In mezzo a tutto quello che sta succedendo, si aspetta con ansia il libro di David Kirkpatrick, “The Facebook Effect”, prossimo alla pubblicazione, che, sostanzialmente descrive gli inizi dell’azienda [Facebook]. Nel corso del libro, Kirkpatrick fa luce sul perché siamo giunti al punto in cui siamo, senza neanche accorgersene. Leggete queste due citazioni da Zuckerberg:

“Noi abbiamo sempre pensato che le persone condividerebbero di più se non gli avessimo dato la possibilità di fare quello che gli pare, perché [in questo modo] gli abbiamo dato più ordine” – Zuckerberg, 2004

“Tu hai una identità… I giorni in cui potevi avere un’immagine diversa per i tuoi amici del lavoro o colleghi e per tutti gli altri che conosci, stanno proabilmente per finire molto velocemente… Avere due diverse identità è un esempio di mancanza di integrità” – Zuckerberg, 2009

Tentando di essere un giornalista neutrale, Kirkpatrick non si interroga criticamente sul linguaggio che Zuckerberg o altri dirigenti usano. In alcuni punti fa loro domande sul fatto che stanno rendendo la vita delle persone complicata ["At times, he questions them, pointing to how they might make people’s lives challenging"]. Ma mina [così] le sue stesse critiche accettando l’assunto di Zuckerberg secondo il quale la marea sta cambiando. Per esempio, sostiene che “più sei vecchio, più è probabile che considererai l’esposizione di informazioni da parte di Facebook come invadente ed eccessiva”. Interessante il fatto che stanno per essere pubblicati dati, non di estrazione marketing, proprio per confutare questo punto. Parlando dell’esposizione [delle informazioni personali], i giovani sono in realtà molto più preoccupati degli adulti. Perché? Probabilmente perché la capiscono. E questo è il motivo per il quale stanno usando nomi falsi e stanno provando ad andare DL (down-low) ["down-low" su wikipedia, significa "mantenere i rapporti privati"]

Con questo scenario in mente, vorrei parlare di un concetto che Kirkpatrick suggerisce essere il nocciolo di Facebook: “trasparenza radicale”. In breve, Kirkpatrick sostiene che Zuckerberg pensa che le persone sarebbero migliori se si rendessero trasparenti. Non solo, la società sarebbe migliore. (Ignoriamo il fatto che anche le casse di Facebook starebbero meglio). I miei incontri con Zuckerberg mi hanno portato a pensare che lui crede veramente che la società sarebbe migliore se le persone si rendessero trasparenti. E, partendo da quest’assunto, probabilmente crede anche che sempre più persone si vogliano esporre pubblicamente. La Silicon Valley è piena di persone che si occupano di self-branding, creandosi un nome tramite l’esibizionismo [di se stessi/della propria persona]. Non mi stupisce che Scoble voglia esporsi pubblicamente; è sempre il primo a buttarsi in un enorme gruppo di social network, contento di sempre-essere-più-pubblico-di-te. A volte, troppo. Ma questa è la sua scelta. Il problema è che non tutti vogliono fare lo stesso.

Jeff Jarvis va al cuore del problema con il suo post “Confusing *a* public with *the* public” [“Confondere *un* pubblico con *il* pubblico”]. Come ho detto più e più volte, le persone vogliono veramente esporsi pubblicamente, ma non con un pubblico che include tutti. Jarvis si affida a Habermas, ma la via giusta di leggere questo [fenomeno] è tramite le idee di Michael Warner’s “Publics and Counterpublics”. Facebook originariamente era un “counterpublic”, un pubblico al quale le persone si rivolgevano perché non gradivano il pubblico che avevano a disposizione. Ciò che sta succedendo ora sta facendo a pezzi il pubblico che era stato creato e il disagio delle persone viene da questo.

In questa discussione sulla trasparenza, ciò che considero più interessante è la mancanza stessa di trasparenza di Facebook. Certo, sarebbe carino vedere dirigenti [di Facebook] usare le stesse impostazioni di privacy che hanno determinato essere accettabili come default. E sarebbe carino sapere cosa si stanno dicendo durante i meeting. Ma questa non è la trasparenza che intendo. Io intendo la trasparenza nel design delle interfacce.

Qualche tempo fa, stavo parlando con una ragazzina delle sue impostazioni di privacy e ho notato che aveva reso molti contenuti accessibili agli “amici di amici”. Le chiesi se aveva reso i suoi contenuti accessibili alla madre. Lei rispose con un “ovviamente no!”.  Notati che lei aveva inserito tra gli “amici” sua zia e così le ho mostrato la pagina di sua zia evidenziando che sua madre [della ragazzina] era “amica” con sua zia, e quindi [per la ragazzina] “amica di un’amica”. Era terrorizzata. Non aveva mai realizzato che sua madre potesse essere inclusa in quella categoria.

Sempre più  spesso, vedo che quello che le persone pensano del “chi può vedere cosa” non corrisponde alla realtà. Le persone pensano che “tutti” include tutti quelli che fanno una ricerca su di loro su Facebook. Non penseranno mai che “tutti” include anche terze parti che rastrellano dati per dio solo sa quale scopo. Loro [le persone] pensano che se blindano tutte le impostazioni che vedono, stiano effettivamente blindando tutto. Non capiscono che la loro lista degli amici, degli interessi, dei “mi piace", la foto del profilo, le pagine di cui si è “fan” e altri contenuti sono accessibili pubblicamente.

Se Facebook cercasse la trasparenza radicale, potrebbe comunicare agli utenti ogni singolo utente e azienda che può vedere i loro contenuti. Potrebbe notificare quando i contenuti sono acceduti da un partner. Potrebbe mostrare loro chi è incluso negli “amici di amici” (o almeno mostrare un numero di persone). [Facebook] si nasconde dietro liste perché le astrazioni fatte dalle persone li portano a condividere di più. Quando le persone pensano ad “amici di amici” non pensano assolutamente a tutti i tipi di persone ai quali i propri amici possono “collegarsi”; pensano a persone che i propri amici porterebbero a cena a casa loro quando invitati. Quando pensano a “tutti”, pensano a tutti quelli che potrebbero avere interesse nei loro confronti, non servizi di terze parti che vogliano monetizzare o ridistribuire i loro dati. Gli utenti non hanno la percezione di come i propri dati sono utilizzati e Facebook non è radicalmente trasperente sugli scopi per i quali questi dati sono utilizzati. Praticamente l’opposto. La “Convolution” funziona. Tiene la stampa lontana.

La battaglia che si sta delineando non è una battaglia sulla privacy e sull’essere pubblici. E’ una battaglia sulla scelta e il consenso informato. Si sta delineando perché si stanno prendendo in giro le persone, ingannandole, confondendole, e forzandole a fare cose delle quali non capiscono le conseguenze.  Facebook continua a dire che dà agli utenti la possibilità di scegliere, ma è completamente scorretto. Dà agli utenti l’illusione di poter scegliere e nasconde loro tutti i dettagli “per il loro bene”.

Non è un problema se Scoble è “pubblico” così come gli piace essere. E credo che sia un peccato che Facebook non gli abbia mai dato la scelta di essere [veramente] tale. Io non sono così tanto “pubblica”, ma ci sono decisamente vicina. Uso Twitter e tutto un insieme di altri servizi per essere abbastanza visibile. La chiave per indirizzare il problema non è dire “pubblico o privato?” ma chiedere come fare in modo che le persone 1) siano informate; 2) abbiano il diritto di scegliere; e 3) siano consapevoli senza essere raggirate. Sarei stata molto meno incazzata se le persone a Dicembre [quando ancora una volta sono cambiate le regole di privacy di Facebook] avessero avuto la possibilità di scegliere. O se avessero avuto la possibilità di mantenere la loro lista degli amici, le pagine di cui si è “fan”, gli interessi, i “mi piace” e altri contenuti come privati, così come fecero all’iscrizione su Facebook. Distruggere lentamente il contesto sociale senza dare scelta non è ottenere il consenso; è inganno.

Quello che mi fa incazzare di più  è il numero di persone che si sente intrappolato. Non perché non abbiano altre scelte (tecnicamente, ce l’hanno); ma perché pensano di non averle. Hanno investito tempo, energia, risorse nel creare Facebook quello che è. Non si fidano del servizio, sono preoccupate di questo e stanno semplicemente sperando che i problemi scompaiano. Mi addolora [pensare a] quante persone si stiano comportando come struzzi. Se non guardiamo, non esiste… giusto??? Questo non è bene per la società. Spingere le persone ad essere pubbliche non è bene per la società. Esporre pubblicamente le persone non è bene per la società, trasformarle in mini-celebrità non è un bene per la società. Non è un bene neanche per gli individui. Il danno psicologico può essere notevole. Pensate semplicemente a quanti “eroi” si sono uccisi a causa dell’alto livello di pubblicità che avevano ricevuto.

Zuckerberg e la sua cricca potrebbero pensare di sapere cosa è meglio per la società, e per gli individui, ma io sono fortemente contraria. Penso che loro sappiano cosa è meglio per la classe privilegiata. E sono terrorizzata dalle conseguenze che queste manovre stanno avendo per quelli che non vivono nel lusso. Dico ciò come privilegiata, come qualcuno che si è sempre approfittato dell’essere visibile. Ma anche come qualcuno che ha visto i costi [dell’essere visibile] e ne ha sopportato le conseguenze con molto aiuto e supporto. Essere visibile pubblicamente non è sempre facile, non è sempre divertente. E non penso che ognuno debba passare quello che ho passato io senza sceglierlo veramente. Quindi sono arrabbiata. Molto arrabbiata. Arrabbiata che ad alcune persone non venga data questa scelta, arrabbiata del fatto che [queste persone] non sappiano cosa sta succedendo, arrabbiata che, nel mio settore, esporre pubblicamente le persone sia diventato OK. Penso che sia giunto il momento di considerare quelli le cui vite non sono assolutamente privilegiate come le nostre, quelli che non stanno scegliendo di correre i rischi che noi corriamo, quelli che non se lo possono permettere. Non si tratta di liberali contro liberticidi; qui si parla di scimmie contro robots.

Per SXSW ho deciso di parlare di privacy perchè pensavo che sarebbe stato il tema più importante dell’anno. Nei miei sogni più sfrenati non avrei mai pensato di averci azzeccato così tanto. Negli ultimi mesi ho notato come le conversazioni sulla privacy siano passate dall’essere argomento di discussione tra un’elite di tecnologi/geek/nerd ad un qualcosa di più pervasivo. La copertura data dalla stampa è impressionante – così piena di infographics e di uno sforzo complessivo dei giornalisti per dare un senso e comunicare quello che sembra essere un bersaglio in movimento. Devo dire che mi complimento con loro.
Per la mia partecipazione a SXSW ho usato diversi case studies ma il pubblico si è concentrato principalmente su due: Google e Facebook. Dopo il mio intervento ho ricevuto diverse email da persone di Google, compreso il PM di Buzz. Il tono [delle email] era sostanzialmente sempre questo: “Abbiamo fatto una cazzata, stiamo provando a correggerla, vi chiediamo una mano”. Quello che mi ha sconvolto è stato il silenzio radio da Facebook, anche se un mio caro amico mi ha detto che Randi [sic] Zuckerberg ne aveva sentito parlare e che aveva effettivamente risposto con un grande ::gulp:: [sic]. La mia critica durante SXSW era relativa alla loro decisione di Dicembre, una mossa irresponsabile che – credo – mette gli utenti a rischio. Non ero preparata a come [Facebook], solo pochi mesi più tardi, avrebbe sfruttato questi dati.
Come la maggior parte di voi sa, Facebook si è sforzata di spiegare le proprie decisioni in tema di privacy dell’ultimo mese, proprio mentre si stava occupando di preoccupanti problemi di sicurezza. Se non siete techie/geek/nerd, vi incoraggio a guardarvi intorno ed informarvi. ?Il NYTimes sta facendo un lavoro incredibile su questa storia, tenendosi aggiornato, così come TechCrunch, Mashable e InsideFacebook. In due parole… la gente è irritata/arrabbiata. A Facebook pensano che solo le tech elites/nerd/geek siano incazzate. Stanno resistendo, irremovibili, provando a giustificare che ciò che stanno facendo è il bene per tutti. Il loro modo di fare ha fatto scattare il panico tra i vari regulators e molti tipi di questi stanno cominciando a guardarsi incontro. Facebook ha assunto, per gestire la situazione, un regulator che lavorava per Bush. Nessuno è abbastanza sicuro di cosa sta succedendo ma Jason Calcanis crede che Facebook abbia esagerato. Nel frattempo, problemi di sicurezza hanno reso accessibili ancora più contenuti, compresi indirizzi email, indirizzi IP (la tua posizione) e i log completi delle chat. Questi fatti hanno semplicemente aumentato il panico tra quelli in grado di  immaginare gli worst case scenarios. Come ad esempio, l'immagine che qualcuno là fuori stia lentamente mettendo insieme indirizzi IP (la posizione), nomi completi e le informazioni di contatto [delle persone]. Un database potentissimo, e nessuno che sia contento di pensarlo pubblicamente disponibile.
In mezzo a tutto quello che sta succedendo, si aspetta con ansia il libro di David Kirkpatrick, “The Facebook Effect”, prossimo alla pubblicazione, che, sostanzialmente descrive gli inizi dell’azienda [Facebook]. Nel corso del libro, Kirkpatrick fa luce sul perché siamo giunti al punto in cui siamo, senza neanche accorgersene. Leggete queste due citazioni da Zuckerberg:
“Noi abbiamo sempre pensato che le persone condividerebbero di più se non gli avessimo dato la possibilità di fare quello che gli pare, perché [in questo modo] gli abbiamo dato più ordine” – Zuckerberg, 2004
“Tu hai una identità… I giorni in cui potevi avere un’immagine diversa per i tuoi amici del lavoro o colleghi e per tutti gli altri che conosci, stanno proabilmente per finire molto velocemente… Avere due diverse identità è un esempio di mancanza di integrità” – Zuckerberg, 2009
Tentando di essere un giornalista neutrale, Kirkpatrick non si interroga criticamente sul linguaggio che Zuckerberg o altri dirigenti usano. In alcuni punti fa loro domande sul fatto che stanno rendendo la vita delle persone complicata ["At times, he questions them, pointing to how they might make people’s lives challenging"]. Ma mina [così] le sue stesse critiche accettando l’assunto di Zuckerberg secondo il quale la marea sta cambiando. Per esempio, sostiene che “più sei vecchio, più è probabile che considererai l’esposizione di informazioni da parte di Facebook come invadente ed eccessiva”. Interessante il fatto che stanno per essere pubblicati dati, non di estrazione marketing, proprio per confutare questo punto. Parlando dell’esposizione [delle informazioni personali], i giovani sono in realtà molto più preoccupati degli adulti. Perché? Probabilmente perché la capiscono. E questo è il motivo per il quale stanno usando nomi falsi e stanno provando ad andare DL (down-low) ["down-low" on wikipedia, significa "mantenere i rapporti privati"]
Con questo scenario in mente, vorrei parlare di un concetto che Kirkpatrick suggerisce essere il nocciolo di Facebook: “trasparenza radicale”. In breve, Kirkpatrick sostiene che Zuckerberg pensa che le persone sarebbero migliori se si rendessero trasparenti. Non solo, la società sarebbe migliore. (Ignoriamo il fatto che anche le casse di Facebook starebbero meglio). I miei incontri con Zuckerberg mi hanno portato a pensare che lui crede veramente che la società sarebbe migliore se le persone si rendessero trasparenti. E, partendo da quest’assunto, probabilmente crede anche che sempre più persone si vogliano esporre pubblicamente. La Silicon Valley è piena di persone che si occupano di self-branding, creandosi un nome tramite l’esibizionismo [di se stessi/della propria persona]. Non mi stupisce che Scoble voglia esporsi pubblicamente; è sempre il primo a buttarsi in un enorme gruppo di social network, contento di sempre-essere-più-pubblico-di-te. A volte, troppo. Ma questa è la sua scelta. Il problema è che non tutti vogliono fare lo stesso.
Jeff Jarvis va al cuore del problema con il suo post “Confusing *a* public with *the* public” [“Confondere *un* pubblico con *il* pubblico”. Come ho detto più e più volte, le persone vogliono veramente esporsi pubblicamente, ma non con un pubblico che include tutti. Jarvis si affida a Habermas, ma la via giusta di leggere questo [fenomeno] è tramite le idee di Michael Warner’s “Publics and Counterpublics”. Facebook originariamente era un “counterpublic”, un pubblico al quale le persone si rivolgevano perché non gradivano il pubblico che avevano a disposizione. Ciò che sta succedendo ora sta facendo a pezzi il pubblico che era stato creato e il disagio delle persone viene da questo.
In questa discussione sulla trasparenza, ciò che considero più interessante è la mancanza stessa di trasparenza di Facebook. Certo, sarebbe carino vedere dirigenti [di Facebook] usare le stesse impostazioni di privacy che hanno determinato essere accettabili come default. E sarebbe carino sapere cosa si stanno dicendo durante i meeting. Ma questa non è la trasparenza che intendo. Io intendo la trasparenza nel design delle interfacce.
Qualche tempo fa, stavo parlando con una ragazzina delle sue impostazioni di privacy e ho notato che aveva reso molti contenuti accessibili agli “amici di amici”. Le chiesi se aveva reso i suoi contenuti accessibili alla madre. Lei rispose con un “ovviamente no!”.  Notati che lei aveva inserito tra gli “amici” sua zia e così le ho mostrato la pagina di sua zia evidenziando che sua madre [della ragazzina] era “amica” con sua zia, e quindi [per la ragazzina] “amica di un’amica”. Era terrorizzata. Non aveva mai realizzato che sua madre potesse essere inclusa in quella categoria.
Sempre più  spesso, vedo che quello che le persone pensano del “chi può vedere cosa” non corrisponde alla realtà. Le persone pensano che “tutti” include tutti quelli che fanno una ricerca su di loro su Facebook. Non penseranno mai che “tutti” include anche terze parti che rastrellano dati per dio solo sa quale scopo. Loro [le persone] pensano che se blindano tutte le impostazioni che vedono, stiano effettivamente blindando tutto. Non capiscono che la loro lista degli amici, degli interessi, dei “mi piace", la foto del profilo, le pagine di cui si è “fan” e altri contenuti sono accessibili pubblicamente.
Se Facebook cercasse la trasparenza radicale, potrebbe comunicare agli utenti ogni singolo utente e azienda che può vedere i loro contenuti. Potrebbe notificare quando i contenuti sono acceduti da un partner. Potrebbe mostrare loro chi è incluso negli “amici di amici” (o almeno mostrare un numero di persone). [Facebook] si nasconde dietro liste perché le astrazioni fatte dalle persone li portano a condividere di più. Quando le persone pensano ad “amici di amici” non pensano assolutamente a tutti i tipi di persone ai quali i propri amici possono “collegarsi”; pensano a persone che i propri amici porterebbero a cena a casa loro quando invitati. Quando pensano a “tutti”, pensano a tutti quelli che potrebbero avere interesse nei loro confronti, non servizi di terze parti che vogliano monetizzare o ridistribuire i loro dati. Gli utenti non hanno la percezione di come i propri dati sono utilizzati e Facebook non è radicalmente trasperente sugli scopi per i quali questi dati sono utilizzati. Praticamente l’opposto. La “Convolution” funziona. Tiene la stampa lontana.
La battaglia che si sta delineando non è una battaglia sulla privacy e sull’essere pubblici. E’ una battaglia sulla scelta e il consenso informato. Si sta delineando perché si stanno prendendo in giro le persone, ingannandole, confondendole, e forzandole a fare cose delle quali non capiscono le conseguenze.  Facebook continua a dire che dà agli utenti la possibilità di scegliere, ma è completamente scorretto. Dà agli utenti l’illusione di poter scegliere e nasconde loro tutti i dettagli “per il loro bene”.
Non è un problema se Scoble è “pubblico” così come gli piace essere. E credo che sia un peccato che Facebook non gli abbia mai dato la scelta di essere [veramente] tale. Io non sono così tanto “pubblica”, ma ci sono decisamente vicina. Uso Twitter e tutto un insieme di altri servizi per essere abbastanza visibile. La chiave per indirizzare il problema non è dire “pubblico o privato?” ma chiedere come fare in modo che le persone 1) siano informate; 2) abbiano il diritto di scegliere; e 3) siano consapevoli senza essere raggirate. Sarei stata molto meno incazzata se le persone a Dicembre [quando ancora una volta sono cambiate le regole di privacy di Facebook] avessero avuto la possibilità di scegliere. O se avessero avuto la possibilità di mantenere la loro lista degli amici, le pagine di cui si è “fan”, gli interessi, i “mi piace” e altri contenuti come privati, così come fecero all’iscrizione su Facebook. Distruggere lentamente il contesto sociale senza dare scelta non è ottenere il consenso; è inganno.
Quello che mi fa incazzare di più  è il numero di persone che si sente intrappolato. Non perché non abbiano altre scelte (tecnicamente, ce l’hanno); ma perché pensano di non averle. Hanno investito tempo, energia, risorse nel creare Facebook quello che è. Non si fidano del servizio, sono preoccupate di questo e stanno semplicemente sperando che i problemi scompaiano. Mi addolora [pensare a] quante persone si stiano comportando come struzzi. Se non guardiamo, non esiste… giusto??? Questo non è bene per la società. Spingere le persone ad essere pubbliche non è bene per la società. Esporre pubblicamente le persone non è bene per la società, trasformarle in mini-celebrità non è un bene per la società. Non è un bene neanche per gli individui. Il danno psicologico può essere notevole. Pensate semplicemente a quanti “eroi” si sono uccisi a causa dell’alto livello di pubblicità che avevano ricevuto.
Zuckerberg e la sua cricca potrebbero pensare di sapere cosa è meglio per la società, e per gli individui, ma io sono fortemente contraria. Penso che loro sappiano cosa è meglio per la classe privilegiata. E sono terrorizzata dalle conseguenze che queste manovre stanno avendo per quelli che non vivono nel lusso. Dico ciò come privilegiata, come qualcuno che si è sempre approfittato dell’essere visibile. Ma anche come qualcuno che ha visto i costi [dell’essere visibile] e ne ha sopportato le conseguenze con molto aiuto e supporto. Essere visibile pubblicamente non è sempre facile, non è sempre divertente. E non penso che ognuno debba passare quello che ho passato io senza sceglierlo veramente. Quindi sono arrabbiata. Molto arrabbiata. Arrabbiata che ad alcune persone non venga data questa scelta, arrabbiata del fatto che [queste persone] non sappiano cosa sta succedendo, arrabbiata che, nel mio settore, esporre pubblicamente le persone sia diventato OK. Penso che sia giunto il momento di considerare quelli le cui vite non sono assolutamente privilegiate come le nostre, quelli che non stanno scegliendo di correre i rischi che noi corriamo, quelli che non se lo possono permettere. Non si tratta di liberali contro liberticidi; qui si parla di scimmie contro robots.

Written by orangeek

Monday 17 May 2010 at 9:49 pm

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One comment

  1. Beh, intanto grazie per la traduzione. Devo dire Che esiste una parte Della socita’ di Internet, composta soprattutto da nativi o quasi nativi digitali, che va analizzata non solo dal punto di vista di chi analizza i problemi sulla privacy. Il dibattito, che non viene per lo più trattato a livello politico, dovrebbe anche riguardare un aspetto forse più tecnico e giuridico per una nuova società nazione, che e’ quella di facebook.

    Pano

    Pano

    (Email ) (URL)

    18-05-’10 16:21

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